1 Aprile 2009

La terza via non è un ripiego

La nascita dell’Unione di Centro (o Partito della Nazione) non può e non deve essere un ripiego per nessuno. Non si può fondare un partito nell’attesa di accalappiare qualche transfuga perchè, magari, si è visto rifiutare una poltrona. La terza via deve essere un’alternativa credibile e realizzabile. Il grande Centro deve essere un partito serio, capace di fare un’opposizione dura e senza sconti al Popolo della Libertà, per far capire che il vero partito dei moderati è quello che nascerà dalla Costituente e non un gustoso minestrone in cui convive tutto il contrario di tutto! E soprattutto per gridare a chiare lettere che moderati non significa opportunisti o indecisi! Moderati significa essere  concreti e pragmatici, senza radicalismi, alla ricerca degli strumenti migliori per realizzare gli obiettivi prefissati. Agendo con il rispetto dell’avversario politico, ma senza paura di affrontare lo scontro politico, anche quando si fa aspro. Alternativi sia alla Destra che alla Sinistra. Peccato, la nascita del partito unico del centrodestra (area politica in cui mi riconosco) poteva essere una grande occasione. MA è naufragata nel disegno di un partito personalistico e servilista, in cui la parola d’ordine è osannare il Capo per far carriera. Ho letto che il Pdl per radicamento e numeri ha preso il posto della Dc. Non è assolutamente vero: il Pdl ha preso il posto del potere della Dc, ma non della Dc! Mi spiego meglio: la Dc era un partito tutt’altro che leaderistico: si stancava presto dei propri leader, anche se questi erano grandi come Amintore Fanfani, cacciato per ben due volte dal Consiglio Nazionale. Domanda: nel Pdl sarebbe solamente ipotizzabile una ipotetica cacciata di Silvio Berlusconi? Risposta: mai e poi mai. Anche Fini è conscio che finchè il grande capo fa politica attiva per lui non possono che restare le briciole del potere. E allora? La soluzione è chiara. Dobbiamo impegnarci per la costruzione di un partito moderato serio, in cui convivano solo ideologie compatibili e che nasca non con l’idea di essere minoritario e di occupare solo un piccolo interstizio, ma con il sogno di diventare maggioritario. Perchè alla deflagrazione del Pantano delle Libertà solo se saremo stati capaci, potremo essere pronti ad aprire le nostre porte ai centristi del Pdl e costruire allora il vero partito dei moderati italiani, il vero equivalente del PPE.

31 Marzo 2009

Meno male che Fini c’è

Ho scritto più volte di Gianfranco Fini, usando spesso parole dure e raccontando di lui come di un leader in cerca d’autore (o forse di un partito). Ebbene anticipo che non mi pento assolutamente di quello che ho scritto e che ho fatto, ma voglio spezzare una lancia a favore dell’ex generale destrorso.  Al congresso del Pdl ha pronunciato un discorso, che per contenuti e messaggio era in parte preannunciato: Fini aveva avuto già modo di esprimere la sua contrarietà al ddl Calabrò e altro non ha fatto che ribadire le sue posizioni. Ma, e qui casca l’asino, Fini non ha parlato solo a titolo personale. Ha detto: “So che le mie posizioni sono in minoranza”. Minoranza?! Ma quando mai in Forza Italia si era parlato di minoranze, quindi di pensieri diversi da quelli di Berlusconi, Capo assoluto?  Gran parte di quel discorso Fini l’aveva già pronunciata al congresso di scioglimento del suo partito pochi giorni fa, ma averlo ripetuto al congresso del nuovo partito in presenza del suo re incoronato e del suo pubblico devoto e osannante è un atto di coraggio che non si può sottovalutare.
All’inizio ha dovuto bruciare qualche grano d’incenso alla lungimiranza di Silvio, alla perseveranza e alle capacità di Silvio, alla sua lealtà e qualche altro grano di assenzio nei confronti della sinistra, della sua incapacità riformatrice e del suo sguardo perennemente rivolto al passato. Ma poi è cominciata la parte vera del discorso ed è allora che il volto del Capo si è impietrito nel sorriso-smorfia e la variazione somatica è apparsa anche evidente sui volti dei suoi ex colonnelli di An. Fini ha detto che il nuovo partito dev’essere pluralista. Che su Berlusconi, capo indiscusso, incombe però il compito di garantire quel pluralismo. Che è necessario intraprendere una riforma costituzionale per instaurare una democrazia governante. Ha insistito tre volte su questo binomio e la terza volta l’ha scandito perché entrasse nella memoria degli ascoltatori e poi ha lanciato la frecciata finale, quella sul testamento biologico: “La legge che avete votato al Senato sul testamento biologico è una cattiva legge, lede i diritti di libertà. So di essere in minoranza su questa questione e sul mio concetto di laicità dello Stato, ma mi auguro che ci ripensiate”. Silvio sarà felice: nel PDL ormai, ha assorbito anche l’opposizione al suo potere. Che lieto “Fini” per il Pantano delle Libertà!

30 Marzo 2009

L’apoteosi di Silvio il Magno, principe del suo popolo, e del Pantano delle Libertà

Silvio Berlusconi ha chiuso il congresso fondativo del PDL (il Pantano Delle Libertà) con una mirabolante autocelebrazione della propria persona, in un contesto di servilismo assoluto con i 6000 delegati che non hanno fatto altro che rettificare la volontà del proprio principe: quella di autoincoronarsi Imperatore delle Libertà.  Anche la scenografia è stata una proiezione plastica superlativamente efficace del rutilante mondo immaginale di Silvio Berlusconi, un’eruzione vulcanica di abbondanza e colori: 150 navette per ospiti e delegati, 250 hostess e steward pronti ad accoglierli per assistere all’epifania trionfale di un monarca democratico celebrata in una specie di paese di Cuccagna con la banda musicale, le majorettes, le belle donne, la gioventù sorridente disposta a schiere e cibo e mescite a volontà. 1500 teglie di pasta al forno, 400 chili di mozzarella, 10mila litri d’acqua e 2500 di vino bianco e rosso e poi formaggi, verdure, affettati, lasagne, pesce, una varietà di dolci straordinaria, un evento di massa dove l’io individuale si dilaterà fino a coincidere con quello del Capo, munifico, esorbitante donatore di una festa a lungo attesa. Preparata dal leader nei minimi particolari: «Qualcosa a metà tra la convention di una grande azienda e uno spettacolo televisivo – come scriveva qualche giorno fa con una traccia di distacco il Secolo d’Italia già testata di An e oggi quotidiano finiano nel Pdl – un evento che sta tra un rito di fondazione e una kermesse di popolo, dove nulla è stato lasciato al caso e ogni singolo particolare è stato immaginato per stupire e divertire, per lasciare traccia e suscitare emozioni». Luci, musiche, solisti, ballerini e quant’altro hanno fatto solo da contorno allo showman Silvio, che ha intrattenuto il suo popolo ripetendo sempre le stesse cose: “abbiamo sconfitto la sinistra, abbiamo rotto la sua egemonia culturale! Ora via alla rivoluzione liberale!”. Ma qualcuno gli ha detto che quindici anni fa disse le stesse cose e che l’Italia è cambiata da allora? Forse no, non ce ne stato bisogno visto la ressa che c’è stata nei padiglioni della nuova Fiera di Roma. Forse sono stati gli Italiani, il suo popolo, che non si sono accorti che l’Italia è cambiata, continuando a preferire lo straordinario animale da palco Berlusconi, così incarnato ormai nel genio nazionale da essere davvero diventato l’arcitaliano per eccellenza: la maschera di tutti i caratteri, di tutte le funzioni: presidente operaio, presidente imprenditore, presidente ferroviere, ma anche Cesare, Nerone, Napoleone, profetico unto del signore, dispensatore di sogni e in tempi di crisi austero pessimista attivo e poi chansonier, barzellettiere, tombeur de femmes, taumaturgo addirittura: dalla guarigione del ragazzo uscito dal coma fino alla donna che fa toccare al figlio il corpo del nostro Premier perché “mena buono”, il Cavaliere ha vestito anche i panni del guaritore per induzione. Un archetipo tendenzialmente immortale: non a caso Berlusconi si rappresenta e viene rappresentato non solo come straordinariamente longevo e giovanile, ma addirittura eterno. E nel suo delirio di onnipotenza  non c’è spazio per nessuno: neppure per Fini, che pure gli ha svenduto AN in cambio dell’ entrata nel partito solo come semplice militante, e dell’utopica promessa di posto da numero 2 nel PPE e della sua successione. Se mai arriverà. E così tra ex dc, micro liberali, ex destrorsi, socialisti bonsai e radicali convertiti si è celebrata la nascita del più grande amalgama d’Europa (se di amalgama si può parlare). Pardon, si dice “il più grande partito moderato europeo”? Mi scuso, ma nella mia ignoranza, credevo che un partito moderato e popolare dovesse annoverare fra i propri fondatori un grande come Don Luigi Sturzo o Alcide De Gasperi e non far scrivere a un proprio giornale politico: “Sturzo? Ma se lo tenga il Pd”. Comunque, mi consenta, vorrei un piccolo appunticino alla regia: dov’era il cartello con su scritto  ”Silvio santo subito”?

27 Marzo 2009

Il bastone e la carota

Fini è comprensibile. Si è reso conto di essere rimasto intrappolato nelle maglie della perfida rete del cavaliere ed è, legittimamente, adirato e ancor più lo è dovendo constatare la sua impotenza. Si rende conto, infatti, di non poter contare sui suoi ex colonnelli, perché il cavaliere se li è comprati con un incarico ministeriale, con la presidenza del gruppo, e, i meno esigenti, con un piatto di lenticchie. Ha capito che ormai è troppo tardi per un ripensamento per evitare di essere fagocitato e diventare “uno del popolo”, dopo aver visto stracciati tutti i valori nei quali ha creduto, nel bene o nel male, ma pur sempre “creduto”. La poltrona di presidente della Camera è molto comoda, oltre al prestigio ci sono anche i privilegi nel presente e per il futuro … si può rinunciare per difendere i principi di una vita? Ora si sente solo, con l’aggravante di essere anche “isolato” da quegli stessi personaggi che fino a ieri lo inneggiavano, ma che oggi hanno preferito optare per il “pane e burro” lautamente offerto dal cavaliere. Così batte i piedi prima di entrare, come i bambini al primo giorno di scuola, ben sapendo che, una volta entrato, dovrà zittirsi e ubbidire al ”maestro” … altrimenti … dietro la lavagna !; si guarda intorno e cerca solidarietà, ma trova soltanto gente ben lieta di dover ubbidire al nuovo maestro, che, spocchiosamente tiene sulla cattedra … un bastone e una carota.

26 Marzo 2009

Mantini lascia il Pd e entra nella Costituente

Pierluigi Mantini lascia il Pd e aderisce all’Udc di Casini.  Il passaggio e’ stato presentato oggi ai giornalisti in una conferenza stampa con Casini, Lorenzo Cesa, Savino Pezzotta e Luigi Baruffi (segretario dell’Udc della Lombardia) che hanno fatto da cornice a Mantini. ”Nelle prossime ore lo annuncero’ ai gruppi” parlamentari di Pd e Udc ha detto Mantini che ha adombrato la possibilita’ di non essere il solo ad aver affrontato il guado, il passaggio tra i due partiti: ”Se altri mi seguiranno? Non lo posso dire ma so della sofferenza da parte di molti altri che faranno le loro riflessioni e decideranno”.  ”Faccio questa scelta -ha aggiunto Mantini- senza alcun rancore. Il Pd e’ una famiglia vasta di cui conservo legami politici ed affettivi”. Sulle ragioni del distacco Mantini ha parlato di un Pd con una ”deriva un po’ sinistrorsa”. ”Sono venute meno -ha spiegato- quelle tre condizioni che erano gia’ richieste alla Margherita: il non ingresso nel gruppo socialista del parlamento europeo, la fine del collateralismo con gli affari e la fine della conflittualita’ tra laici e cattolici. Nessuna di queste tre condizioni e’ stata realizzata”. Di qui la decisione di passare all’Udc e di aderire alla Costituente di centro nella condivisione del giudizio negativo su ”questo bipolarismo fasullo” e sulla ”importanza del ruolo del centro” nel quadro politico italiano. Per Mantini si profila la candidatura per l’Udc alla presidenza della provincia di Milano. Cosa data per probabile da Casini ma gia’ decisa secondo indiscrezioni interne.

25 Marzo 2009

Calce e martello, ovvero il cemento della discordia

Incostituzionale. Così Dario Franceschini, segretario del Pd, ha bollato il piano casa del Governo, considerandolo inaccettabile perchè lesivo dell’autonomia degli enti locali. In questi giorni si è aperto un dibattito tra i pro e i contro al piano. Riporto qui un articolo uscito sul Foglio di oggi, a firma di Francesco Forte che assicura la piena costituzionalità del progetto.

Perché è incostituzionale non consentire allo stato di liberalizzare il premio cubatura

La tesi adottata dal segretario del Pd, Dario Franceschini, per sostenere l’incostituzionalità di un decreto legge sul premio cubatura – secondo la quale un qualsiasi decreto legge in materia edilizia sarebbe incostituzionale – mi pare infondata. Essa si basa sulla confusione fra la competenza urbanistica – che è delle regioni – la proprietà edilizia – che per la parte sovrastante il suolo è secondo la legge vigente dello stato, seppure in concessione a terzi – e la tutela dei beni culturali, anch’essa statale. Le licenze edilizie non sono “autorizzazioni” al proprietario del terreno per costruirvi in base a un suo diritto, ma “concessioni” del diritto di superficie al proprietario che gli permettono di utilizzarlo per la costruzione. Le concessioni sono gestite dalle regioni, ma queste ultime non sono proprietarie del diritto di superficie che appartiene, invece, allo stato. Il diritto di proprietà, secondo l’articolo 42 della Costituzione, può essere limitato per la sua funzione sociale soltanto dallo stato. Esso può espropriarlo con equo indennizzo per fini di pubblico interesse. Le regioni hanno un potere urbanistico, nonché tutti i poteri negli ambiti residuali non attribuiti esplicitamente allo stato e a all’Unione europea. Pertanto le regole sull’assetto del territorio, che sono di loro competenza, non possono limitare i diritti di proprietà in modo espropriativo, essendo questo un potere dello stato che è anche titolare del diritto di edificare. Quanto ai beni culturali immobiliari, i vincoli a essi apposti sono di competenza dello stato e vengono stabiliti e modificati in relazione alle esigenze di tutela di importanti valori storici e artistici. La tutela è esercitata dalle sovrintendenze del ministero dei Beni e delle attività culturali, il quale concede le autorizzazioni e a volte obbliga i proprietari alla tutela assistendoli finanziariamente. La tutela di immobili vincolati a cura dei proprietari è incentivata con norme fiscali di favore che riguardano le imposte statali e anche l’Ici. Questa è una imposta dei comuni, regolata dallo stato perché esso solo può fare leggi tributarie. In questo quadro si inserisce correttamente la nuova norma sull’edilizia. La possibilità di costruire nuove cubature previa autocertificazione, in deroga alla concessione edilizia, è una deregolamentazione della proprietà edilizia che rientra nei poteri dello stato sul diritto di proprietà in genere (articolo 42 della Costituzione) e sul diritto di superficie degli immobili, che lo stato si è auto attribuito. Anche il silenzio assenso per le autorizzazioni delle sovrintendenze del ministero per gli immobili vincolati rientra nelle competenze statali. Consentire aumenti di cubature per immobili che rientrano nei piani urbanistici è compito dello stato che possiede il diritto di superficie sugli immobili e ora ne fa una parziale liberalizzazione. L’attentato alla Costituzione consiste nella tesi opposta, quella per cui le regioni si opporrebbero alla ri-espansione del diritto di proprietà per gli edifici decisa dallo stato in base all’articolo 42 della Costituzione. Credo che il senso politico ed economico di questo ragionamento sia palese. Di qua l’economia di mercato, di là il dirigismo.

di Francesco Forte ( tratto da “il Foglio” del 25/03/09)

21 Marzo 2009

La destra si squaglia nel vuoto

Oggi si spegne la Fiamma. An sancisce il suo scioglimento (per meglio dire “squagliamento”) per confluire nel PdL, il partito unico del centrodestra. La Destra fa in soffitta e si consegna all’indistinto mare berlusconiano, confluendo in un partito con oltre 120 culture diverse. Dentro il PdL c’è di tutto e di più: ex dc e ex missini, liberali e socialisti, cattolici e radicali. Ma non voglio parlare del partito di plastica. O meglio: del ruolo che il partito di Fini svolgerà dentro il Pdl. Mario Vargas Llosa, il quale, occupandosi curiosamente, di cose italiane, al Corriere della sera ha detto: «I partiti carismatici sono effimeri: non stanno insieme senza il carisma del leader. Il Pdl è come una bouillabaisse: saporita, ma eterogenea. Berlusconi non ha luogotenenti né delfini, né li può avere. Lui è irripetibile. Autoreferenziale, perché il suo unico riferimento è se stesso. Solo un Berlusconi jr potrebbe succedere al padre. Ma l’Italia non è la Corea del Nord». Quindi per i colonnelli destrorsi e per il loro generale non ci sarà futuro: la Destra non ha operato in questo senso negli ultimi anni ed oggi non ha altro orizzonte al quale guardare se non quello di un’acritica confluenza priva di una strategia a lungo termine.Come ha più volte ripetuto Casini, i partiti carismatici e legati solo ad un leader non hanno vita lunga e quindi alla morte del Sommo Azzurro, del monarca di Arcore, il suo regno (almeno quello politico) si dissolverà. In fondo il PdL è come una grande nube gassosa tenuta insieme solo dall’enorme forza di gravità esercitata da Berlusconi. Ma come ci insegna la Fisica nulla è eterno in questa vita e tutto è destinato a cambiare. Quando LUI non ci sarà più quella nebulosa imploderà su stessa in una accesa rincorsa al potere che si trasformerà alla fine in un vano e disperato di salvare il partito. Berlusconi non si preoccupa della sua successione, non gli porta nulla se tutto si dissolverà. Non gli importava nulla di Forza Italia quando scese in campo e non gliene importa nulla del Pdl adesso. Gli importa di una cosa sola: del potere. Del suo potere.

13 Marzo 2009

Siamo tutti Renziani!

So che il mio articolo potrà sembrare un po’ fuori luogo agli amici più centristi, ma dopo aver visto la trasmissione “Annozero” di ieri, mi sono convinto che uno come Matteo Renzi sarebbe uno di quei giovani e brillanti politici “indispensabili” per il progetto della Costituente di Centro. Cosa ci fa uno come lui insieme a radicali post-comunisti? E’ riuscito a vincere le primarie battendo i nomi sostenuti dalla grande nomenklatura e ora lo accusano di essere troppo di destra per guidare una coalizione di centrosinistra. Insomma, i big del partito non hanno digerito il fatto che un outsider come lui sia riuscito a vincere a sopresa. Ieri Santoro, che si dice di non essere dalla parte di nessuno ( ma chi ti crede?), ha attaccato Renzi proponendo una lunga diretta da una storica casa del popolo di Firenze, in cui i militanti dell’ex PCI ritenevano il giovane candidato non adatto al suo ruolo. “Renzi, ma non è di sinistra!” si lamentava una signora. Ma la ciliegina sulla torta è venuta da Concita De Gregorio, direttrice de l’Unità che ha definito Renzi (34 anni) non giovane. “E’ il vecchio travestito da nuovo che avanza”. Ma vi rendete conto?! 34 anni! Forse Concita preferisce il suo editore renato Soru, che di anni ne ha 52, e che ha dimostrato il suo fallimento di politico alle scorse regionali e di industriali in questi giorni. Renzi ha vinto perchè ha saputo ridare speranza agli elettori di un partito sempre più stanchi e disillusi. Spero che l’UdC scelga di appogiarlo per 2 motivi: il primo è sostanzialmente la vicinanza culturale alla mentalità politica di Renzi, come è stato per Dellai in Trentino, e secondo perchè in questo modo faremo un altro passo in avanti verso un nuovo partito capace di scegliere gli alleati in base a punti di contatto e non a vecchi e superati schemi politici.

11 Marzo 2009

Camera di Servizio?

L’ultimo proposta del cavaliere evidenzia in quale considerazione tiene il popolo elettore e sovrano, i suoi rappresentanti, il Parlamento, le istituzioni, la democrazia. “Votino solo i capigruppo”, ovviamente ogni capogruppo porterebbe con sé il “peso” numerico del gruppo che rappresenta; si eviterebbe il dissenso interno, il dialogo, le proposte, gli emendamenti. Ma allora tanto vale attribuire direttamente al presidente del consiglio il peso numerico dei voti comunque carpiti e instaurare di fatto una “dittatura democratica”. Basta solamente aver proposto una simile ipotesi, per qualificarsi come indegno di rappresentare il medesimo popolo che una dittatura folle ha già subito. Dimostra di essere pericoloso, perché se volesse una simile legge (peraltro anticostituzionale, ma questo presidente del consiglio disprezza la Costituzione, già definita figlia della costituzione Sovietica) non avrebbe che da imporla ai peones del suo partito e dell’ex-AN ormai assorbita nella melma berlusconoide, distribuire alcune cariche ben remunerate, ed il gioco sarebbe fatto. Bisogna rendersi conto del pericolo che rappresenta, perché, ormai, è totalmente ubriaco di potere, ubriaco di se stesso, ubriaco delle apparenze che rappresenta.

26 Febbraio 2009

Il grande Centro nascerà solo se riscoprirà Sturzo e cavalcherà Facebook

In questi giorni finalmente l’Unione di Centro ha mosso i suoi primi passi con il convegno di Todi il 20 e il 21 febbraio, annunciando finalmente il proprio manifesto dei valori, a cui tra l’altro hanno aderito anche Magdi Cristiano Allam e la senatrice Adriana Poli Bortone. Un manifesto che si rifà all’appello ai liberi e forti di Sturzo, di cui quest’anno ricorre il 90 anniversario. Da molto tempo Casini aveva annunciato l’avvio della Costituente di Centro, ma non si vedeva nessun risultato. Adesso finalmente sembra che qualcosa si sia finalmente mosso. Nei miei limiti sento però di voler fare qualche considerazione. Le elezioni politiche e quelle regionali, in cui l’UDC ha ottenuto ottimi risultati hanno dimostrato che lo spazio per il Centro, per un nuovo partito che raccolga al suo interno popolari, moderati e riformisti c’è e si sta allargando. E allora? Animo! Dobbiamo essere pronti ad accogliere non solo i delusi dei due giganti di creta ( PDL e PD) ma tutti gli uomini capaci e disponibili, come Allam. Ma per crescere dobbiamo riscoprire quali sono i nostri valori fondanti e aprirci alle novità del nuovo mondo. Quindi riscopriamo Sturzo, De Gasperi, Moro, Andreotti e cavalchiamo le novità del Web. Dobbiamo essere in grado di comunicare ai nostri elettori attraverso Internet, affinchè la periferia non si senta esclusa e lontana. Inoltre apriamo le porte a tutti quei movimenti e partiti che desiderino entrare nell’Unione di Centro ( certo nei limiti del possibile…). Dovremmo, per esempio, raccogliere al nostro interno gli eredi della migliore tradizione pentapartitica della Prima Repubblica: ex dc, liberali, i socialisti e i repubblicani più moderati e ragionevoli. Solo in questo modo potremo creare veramente una nuova casa e non allargare semplicemente una vecchia. Il nostro compito non fare una riedizione allargata dell’UDC, ma costruire un soggetto completamente nuovo, una nuova casa per chi crede nel bene comune!